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CHE NE È DELLA NOSTRA CASA?



Riflessioni sul Natale in tempo di Covid ispirate al messaggio del Vescovo di Vicenza per quest’anno pastorale







Carissimi,

Ebbene sì. È accaduto anche a me: come un fulmine a ciel sereno!
Avevo sempre adottato, fino a quel momento, tutte le precauzioni. Prova ne è che nei giorni successivi nessuno dei collaboratori della canonica sarebbe risultato contagiato. E nonostante tutto, i primi giorni di novembre, dopo la festa dei santi, mi sentivo senza forza e con un po’ di raffreddore e di tosse. La domenica successiva ci sarebbe stata la cresima, in parrocchia doveva venire il vescovo. Era inoltre, quella, la prima settimana del mese e come sempre c’era da andare a vistare nelle loro case gli anziani e le persone inferme. Non me la sentivo di rischiare mettendo in repentaglio la loro salute e, nel dubbio, ho affrontato l’esame del tampone. Risultato: positivo al Covid 19! Non mi sono stupito. Quasi me lo sentivo nei giorni precedenti che sarebbe potuta andare anche così. Mi ero preparato all’evenienza. In quei giorni, come spinto da un impulso inconscio, avevo aumentato le precauzioni e ridotto i contatti. Poi, ricevuta la notizia, ho avvisato tempestivamente i collaboratori, i membri del Consiglio Pastorale, quelli della “Protezione parrocchiale” e gli zelatori degli avvisi parrocchiali perché informassero i parrocchiani e ricevessero direttamente da me la notizia: “Sono in isolamento. Niente panico. Solo preghiera. Ci rivediamo presto”. Quindi mi sono ritirato in isolamento nella zona della canonica dove è situata la mia camera da letto. Ho trascorso dieci giorni di “ritiro spirituale”, che, lo dico sottovoce, mi ha giovato molto. Mamma Renata mi ha seguito con tanta premura e attenzione e le sono davvero grato. Ho avuto più tempo per pregare e per fare tante cose che nel tempo ordinario rappresentano per me un lusso come leggere, studiare e soprattutto dormire senza un limite prefissato. Dico sinceramente che non ho avuto paura per me stesso ma ero in pensiero per mamma. Ringrazio il Signore: alla fine è andata bene a tutti e due! Ringrazio anche tutti i fratelli e le sorelle della parrocchia che hanno tanto pregato: ho sentito la forza di questa rete di affetto spirituale che mi ha sostenuto.

I giorni di clausura forzata in casa mi hanno permesso di immedesimarmi nei sentimenti di tante persone che in questo periodo sono passate attraverso il tunnel del contagio. Ho pregato anch’io per tanti che non ce l’hanno fatta, per le loro famiglie, per quanti sono stati obbligati alla quarantena per un contatto, per chi ha dovuto chiudere il negozio o ha perso il lavoro. Ho ricordato anche i medici, gli infermieri, il personale sanitario e quanti ogni giorno rischiano la vita per assistere la popolazione ammalata. Non ho potuto dimenticare chi il lavoro con disagi enormi. Mi è stato di conforto, in quei giorni, tornare con la memoria ad alcuni passaggi del messaggio che il vescovo di Vicenza aveva lanciato alla Diocesi qualche settimana prima, all’inizio dell’anno pastorale.

In questo messaggio dal titolo provocatorio ed emblematico “Che ne è della nostra casa?”, il vescovo Beniamino ha avuto il coraggio di guardare in faccia la realtà dura dell’epidemia che ha infierito anche sul nostro territorio. Mettendosi in ascolto di tutti anche attraverso un questionario distribuito nelle varie comunità e realtà pastorali della Diocesi, egli ha indicato, con grande prudenza e sapienza pastorale, una via per vivere con fede questo tempo di prova che tutti accomuna. Nel suo messaggio Mons. Beniamino esordisce con una cruda constatazione sul tempo che abbiamo vissuto:

“Tutta la società e le sue istituzioni sono state messe a dura prova, così come lo è stato la Chiesa e la nostra fede. Sono saltati, infatti, i ponti della comunicazione diretta, è stata impedita la partecipazione in presenza all’eucarestia domenicale, sono venuti meno gli incontri formali e informali che ritmavano la vita delle nostre comunità. E stiamo vedendo quanto sia arduo trovare, ora, le modalità possibili per ricostruire questo tessuto relazionale, pastorale e sacramentale delle nostre parrocchie. Ma la domanda più difficile da porre e che più mi risuona dentro è la seguente: non è forse stata messa a dura prova la “casa” della nostra fede? Le nostre più profonde convinzioni di fede non sono forse state scosse davanti alle città mute e deserte, davanti alla fila interminabile di mezzi militari che trasportavano le bare ai cimiteri, davanti alle lacrime di chi non poteva nemmeno tenere la mano alla persona cara che ne stava andando? Il dubbio si è presentato, le domande non si sono fatte attendere, e la bufera della desolazione e dello scoraggiamento si è abbattuta impietosa. La fede è stata messa alla prova”.

Davanti a tanto sconcerto il nostro pastore non si è fermato a constatare il disastro consumatosi sotto i nostri occhi ma ci ha spronato a trovare proprio nella fede la forza per affrontare la realtà con una “pazienza attiva”, come lui l’ha più volte definita:

“Qualcuno probabilmente davanti a questi interrogativi ha temuto di perdere la fede, o l’ha realmente smarrita. Sotto il soffio violento della bufera sono crollate forse alcune – o molte – convinzioni che davamo per scontate. E può darsi che qualcuno abbia ribadito i motivi per continuare a non credere. Tuttavia, questi colpi inferti alla fede potrebbero rivelarsi provvidenziali, come punto di partenza per un rinnovamento dell’impianto di fede agganciato alle fonda-menta autentiche del credo cristiano. Potrebbe trattarsi di una crisi salutare, che mette in luce qualche fragilità nascosta, ponendo in noi le premesse per una ricostruzione più coerente con il Vangelo, come è avvenuto a Paolo, sulla via di Damasco (Ef 4, 24)”.

Nel messaggio il vescovo confida che nei momenti più difficili ha trovato un grande conforto nella preghiera e nella Parola di Dio. Un giorno mentre pregava, scrive, gli è venuto in mente il ricordo della parabola del Vangelo che parla dei due uomini che costruiscono la casa su terreni diversi: l’uomo stolto sulla sabbia, l’uomo saggio sulla roccia. La prima casa crollerà sotto l’abbattersi degli sconvolgimenti metereologici e naturali. La seconda invece, colpita dagli stessi frangenti non crollerà perché fondata sulla roccia.

Da questa ispirazione evangelica Monsignor Pizzol ha preso spunto per indicarci una direzione e una postura della mente e del cuore che ci aiutino a non crollare in questi tempi di prova:

“Costruire sulla roccia vuol dire prima di tutto: costruire su Cristo e con Cristo! Questa fiducia in Lui ci rende saggi. Lui solo garantisce solidità, fiducia, rifugio sicuro. La domanda, quindi, che dobbiamo porci con lucida onestà è: su cosa costruiamo la casa della nostra esistenza? È proprio sicuro che la stiamo costruendo su di Lui? Una tra le immagini che conserveremo di questo periodo riguarda papa Francesco, quella sera del 27 marzo durante la preghiera in solitaria sul sagrato della Basilica. Lo abbiamo visto barcollare con l’ostensorio in mano, sembrava non ce la facesse a reggersi. Abbiamo temuto che potesse cadere… Ma, non è caduto. Mi rendo conto che si tratta solo di una suggestione. Sono sicuro, tuttavia, che in quel momento in tantissimi abbiamo ringraziato Dio di averci dato papa Francesco come un punto sicuro cui riferirsi. Un personaggio che traballa sul suo passo incerto, ma che rimane incrollabile. Ciò vale non solo per il papa, ma per tutta la comunità ecclesiale e per ogni singolo credente”.

Cari fratelli e sorelle, il numero natalizio de “Il Resto di Tavernelle” che con un po’ di fatica entra nelle vostre case alla vigilia del Natale e a conclusione di un anno terribilis, desidera portare a tutti un messaggio di pace e di speranza. Abbiamo cercato di testimoniare a più voci come la comunità di Tavernelle colpita come tante altre dal virus, non si è chiusa in se stessa ma ha continuato a vivere con tanti piccoli-grandi gesti di vicinanza e di amore. Nel periodico che vi apprestate a leggere troverete quelli più noti ma sono tanti e quotidiani i piccoli segni di prossimità e di amore espressi in questi mesi nelle e tra le nostre famiglie.

Sulla copertina del giornale è ritratto il presepe che, anche grazie al contributo di un benefattore che ha donato le statue e di alcuni volontari che hanno allestito la “capanna”, abbiamo potuto realizzare in bella vista nel presbiterio della nostra chiesa di santa Maria nascente. Questo piccolo presepe ci ricorda che Gesù è nato in una “casa” umile e dimessa. Non è stato agevole per i giovani sposi Maria e Giuseppe mettere al mondo il Figlio di Dio. Il rifugio che avevano trovato era probabilmente il magazzino o la cantina di una abitazione molto semplice e comune. Eppure, in tanta precarietà, fu quello un evento unico nella storia che portò a quanti vi si accostarono con umiltà, una gioia incontenibile. La gioia immensa che coinvolse i pastori, gli ultimi degli ultimi di quel tempo. La gioia che coinvolge e accomuna anche oggi tutti noi che, dopo più di due millenni di storia, ancora facciamo memoria e celebriamo quella notte piena di luce e di speranza.

Quanto è stato desiderato in tutto il mondo questo Natale per “respirare” un po’ l’ebrezza misteriosa e vera dell’amore del Dio fattosi uomo! Ora non ci resta che viverlo in profondità questo Natale diverso da tutti. La sobrietà e ristrettezze a cui siamo costretti quest’anno ci aiuteranno a esprimerlo con ancor più autenticità riscoprendo, per esempio, che davvero solo Lui, Gesù, è la roccia salda di tutti i tempi. Fondata su di lui la nostra casa, la nostra famiglia, la nostra comunità, non crollerà. Siamone certi!

Auguro un santo Natale di fede, a tutti!  





(da Il Resto di Tavernelle - ANNO III - DICEMBRE 2020)

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